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Che cos’è davvero lo shabby-chic

Sfatiamo un mito

Stando alla rete e ai consigli delle amiche, lo shabby-chic è uno stile di arredo rustico, acquistabile nei grandi magazzini e completamente bianco. In realtà il vero shabby-chic non è né bianco, né sintetico né nuovo.
 
Il passato e il riuso - Shabby-chic, letteralmente, significa “chic logoro”. Si può chiamare così ogni stile che cerca di salvare il passato, riadattandolo al presente (anche se in modo romantico e nostalgico). Il riuso è quindi fondamentale per questo stile, e riempire casa con oggetti comprati in negozio non è esattamente nell’ispirazione che guida lo shabby chic.
 
Fai da te - Il fai da te, anche, ha un ruolo fondamentale. Grossi mobili di legno scuro, madie della nonna, tavoli vecchi e inutilizzati, sedie impagliate o vecchie panche da buttare via sono il nutrimento migliore per una casa shabby-chic. Il pezzo riciclato che si vuole riutilizzare, però, deve essere “shabbato” (così si dice fra gli amanti della pratica). Sembra una parolaccia ma vuol semplicemente indicare il lavoro di invecchiamento a cui è sottoposto un mobile. Si tratta insomma di riverniciare quest’ultimo di un colore prescelto e poi di scartavetrarlo in modo da farlo apparire usurato. Nessun mobile di legno può entrare in una casa shabby-chic senza prima subire questo processo.
 
I colori - L’errore più comune di chi crede di aver arredato casa in stile shabby-chic riguarda proprio il colore. Un giro nei social-network dedicati al tema basta per fare il pieno di case completamente bianche con dettagli country (anch’essi bianchi o al massimo grigi). È un malinteso: country e shabby-chic hanno poco in comune visto che quest’ultimo mescola molti stili. E, soprattutto, è molto colorato. Le tinte giuste sono pastello e vanno dal verde menta al celeste intenso, dal rosa al panna, dal lilla al verde acqua.
 
Tessuti e natura - Gli amanti di questo stile mescolano non solo i colori, ma anche i tessuti che, però, devono essere rigorosamente naturali: lino, cotone, lana e altre fibre “povere” come la juta o la fibra di canapa. Possibilmente, recuperati dal guardaroba della nonna.

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